Anestetizzare le proprie emozioni.

Anestetizzare le proprie emozioni è un fenomeno di ampissima diffusione e consiste non tanto nel non esprimere emozioni quanto nel negarle, impedire di avere uno spazio, un diritto di cittadinanza.

Il motivo per cui si agisce in tal senso è per una sopravvivenza, un evitare un dolore, una paura, appunto emozioni che l’individuo ritiene non riuscire a gestire poiché superiore alle proprie forze. Sovente alle spalle vi è una sofferenza pregressa che ha lasciato una cicatrice profonda nella propria psiche.

emozioniIn questa frenetica società tutto viene consumato in breve tempo, tutto si brucia per essere sostituito da nuova linfa, nuovi argomenti che debbono attirare l’attenzione, fare audience si direbbe in chiave comunicazionale. Ecco una conseguente ricerca spasmodica di novità, la caccia all’argomento non ancora trattato che muove curiosità ed anche morbosità.

Il tutto visto e consumato a riparo da uno schermo possibilmente, così che ciò che si vede non coinvolga completamente potendo giustamente ritenere sia una recita tutto sommato.

E tantissime volte è proprio così: rappresenta una finzione, un abile teatro anche se propagandato come reality. La velocità nello spostare abilmente i pensieri da un argomento all’altro, da un interesse ad un altro permettono di riempire il tempo che, altrimenti, potrebbe essere utilizzato per pensare a se stessi ed alla propria vita, cosa da cui si vuole prendere le distanze.

Questa necessità di consumare tutto in un breve spazio di tempo assomiglia al modo con il quale si viene invogliati a mangiare, un fast food già preconfezionato, pronto per essere solo masticato, con la scusa della mancanza di tempo.

Il tempo è la nostra vera ricchezza: uno spazio per divertirsi, per mangiare gustando il cibo slow food ben cucinato con amore, il poter stare con gli amici, assaporare emozioni, lavorare con amore con la gioia di poter dire “questo l’ho fatto io”, sottointendendo fatto bene, con cura ed attenzione.

È il piacere di vivere, fermarsi ad osservare un tramonto o una formica che cammina nel suo moto incessante. Significa anche godersi le emozioni, anche quelle considerate negative perché ci permettono di gioire per quelle positive, come l’alternarsi delle stagioni. Soprattutto pensare alla propria esistenza ed alla propria felicità.

Quindi l’anestetizzarsi dalle emozioni sottende una paura di vivere, come anticipava Cesare Pavese, di esserci, di esistere lasciando un segno, la propria impronta, nella vita e nelle persone che stanno intorno.

Occorre recuperare l’amore per il tempo: agire velocemente non è equiparato a lavorare tanto se poi sono costretto, come sovente accade, a doverlo rifare a causa di errori o mancanze. E non vi sono giustificazioni alla carenza di relazioni umane: ho personalmente constatato che parecchie persone, giovani per lo più, si lasciano con un sintetico messaggino su un social, la fine dei rapporti umani.

Non vi è giustificazione al non vivere, neppure per sofferenze pregresse. È la nostra vita e ne siamo responsabili.

Esempi di casi reali.

Trentenne in carriera, dirigente efficiente proiettato prevalentemente sui risultati lavorativi. Tutto doveva funzionare alla perfezione per non pensare al vuoto interiore frutto di un antico dolore.

Trentacinquenne, madre di due figli, annoiata dalla vita ed anestetizzata: la noia proveniva dal non farsi coinvolgere dalla vita, così dal consumarla con continui regali, occasioni e distrazioni senza esserne consumata. La mancanza di obiettivi celava un non voler mettere a repentaglio il proprio precario equilibrio, il voler tenere ben chiuso il proprio vaso di Pandora.

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