Ci vuole un motivo per essere felici?

Facile e quasi ovvio sentirsi felici quando tutto va bene o abbiamo appena raggiunto obiettivi desiderati, oppure quando ci sentiamo amati e riconosciuti. Questo legame tra felicità e meriti acquisiti è molto pericoloso: infatti in questo caso saremmo costretti all’infelicità perpetua, salvo sporadici o rari momenti nei quali ci sentiremmo riconosciuti e magari perfino ammirati, perché questo è lo svolgimento della vita.

essere feliciLa felicità è uno stato dell’essere, un modo di porsi e non dipende da ciò che facciamo o da ciò che accade. Non ci deve essere un motivo o una ragione per esserlo, semplicemente è frutto di una decisione, di un modo di porsi. Esattamente come taluni esercitano il loro diritto di essere infelici, sfortunati per partito preso, quasi fosse un esorcizzare a priori disagi non ancora accaduti e che forse neppure accadranno mai.

Un buon esercizio per essere felici, o meglio, sviluppare la felicità è ringraziare per ciò che già stiamo vivendo, per le situazioni che riempiono la nostra vita: si chiama riconoscenza.

Diamo per scontato ciò che scontato non è: avere un tetto sulla testa, pranzi e cene garantiti, un letto caldo, un partner o un familiare a cui vogliamo bene, acqua potabile che esce dal rubinetto, una doccia calda, un tramonto, un sorriso. Per molte persone nel mondo queste semplici cose non sono garantite per nulla e rendercene conto ci fa sentire amati, ricchi e protetti.

Approcciare la vita positivamente permette di mettere in moto la nostra energia e per il principio di risonanza attireremo situazioni parimenti positive proprio per una legge della fisica. Se capitassero contrattempi od inconvenienti essi sarebbero percepiti comunque positivamente, come un evitare disagi maggiori.

Si creerebbe l’effetto delle previsioni che si auto-avverano. Quando penso a qualcosa esso tende ad avverarsi, qualunque sia l’obiettivo di partenza, si tratta di un programma ed al termine del processo troverò un cartello, sempre lo stesso, sul quale sta scritto una frase: “Hai visto che avevo ragione?”. Questo accade a prescindere dall’obiettivo posto in partenza.

Il programma che mettiamo in moto, infatti, non si occupa dell’aspetto etico o del livello di felicità che potrò acquisire o limitare, ma solo di funzionare. Lo abbiamo sperimentato empiricamente a scuola da adolescenti quando pensavamo ossessivamente “speriamo non mi interroghi perché sono impreparato” e puntualmente venivamo interrogati come se i professori sapessero delle nostre paure e della nostra impreparazione. Analogamente, ma più raramente, accadeva anche il contrario per chi non si preoccupava per nulla e riusciva incredibilmente a scamparla.

Quindi non ci deve essere alcun motivo particolare per essere felici: il motivo già c’è sempre: siamo vivi e questo è più che sufficiente. Ecco il motivo della la nascita del metodo Be happy now!

Da ultimo: anni fa il prof. Capraia della Sapienza di Roma ha condotto degli studi sul pensiero positivo concludendo che chi pensa positivo vive più a lungo e si ammala di meno.

Penso sia sufficiente, non trovi?

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