Coincidenze, co-creazione e perdono

Coincidenze sincroniche appaiono continuamente nella nostra vita attraverso fatti curiosi: pensiamo ad un amico che non vediamo da molto tempo e poco dopo ci chiama al telefono. Benvenuti nel mondo delle coincidenze sincroniche, come luci che si accendono nel buio per indicarci la via nella nostra esistenza ed aprirci al perdono.

Sono talmente frequenti che, ormai, non ci badiamo più. Praticamente ognuno di noi registra molto di frequente delle coincidenze, delle sincronie e se pensa di non averne mai avute è perché non le ha semplicemente notate. La situazione classica avviene quando si pensa a qualche amico, magari abitante lontano da noi e va a finire che lo incontriamo per strada, oppure ci chiama al telefono, o ancora lo si incontra in località inusuali per entrambi.

Ma questi curiosi avvenimenti non avvengono solo in questi casi: penso che mi piacerebbe fare un po’ di vacanza e un mio amico mi offre di fare un viaggio con lui. Ancora: mi si rompe l’auto e, nello stesso istante, me ne viene offerta una, qualche volta perfino regalata; altre volte sono situazioni molto banali come il passare parecchi semafori in un centro cittadino tutti quanti con il verde, penso di comprare un certo libro e mi viene regalato o, ancora, sto camminando per strada di sera ed improvvisamente, al mio passaggio, un lampione dell’illuminazione stradale proprio sopra di me si accende o si spegne.

Sono talmente tante da rendere impossibile descriverne se non una minima parte. Le prime volte vengono percepite come casuali, quelle che vengono definite coincidenze, ovvero nella massa di fenomeni che ci riguardano può capitare che alcuni fatti si presentino casualmente in sincrono. Ovviamente il ripetersi di queste situazioni va ad incrinare tale certezza e tale punto di vista. Ma c’è di più.

Molti uomini di scienza hanno studiato da secoli queste corrispondenze. Già nel diciottesimo secolo i fisici si divertivano a misurare l’accelerazione di gravità per verificare se ci fossero delle discrepanze rispetto alla teoria enunciata da Newton. I risultati non erano sempre gli stessi: in pochi casi essi si distaccavano, seppur di poco, dal dato che doveva essere calcolato secondo la nota teoria.

Non sapendo come giustificare queste minime differenze, essi lo imputavano al caso che detto così ha come significato: non so come spiegarlo, non ci capisco nulla. Comportamento molto umano, ma assai poco scientifico.

In seguito i fisici hanno avuto esponenti di spicco, come A. Einstein, che sostenevano la negazione della casualità, con la classica affermazione: “Dio non gioca a dadi!”. All’incirca nello stesso periodo un altro scienziato ha descritto e studiato tali coincidenze: Carl Gustav Jung, noto psicoterapeuta svizzero.

Egli arrivò a tale conclusione a seguito di un fatto occorsogli durante una terapia con una signora con la quale da tempo non riusciva ad ottenere alcun risultato. Prese la decisione di terminare il lavoro con lei e nella seduta durante la quale doveva comunicarle tale scelta, la paziente arrivò trafelata e visibilmente scossa per un sogno avuto nel quale uno scarabeo dorato le aveva indicato la via della guarigione.

Nello stesso istante si udì un botto alla finestra dello studio: Jung si accorse che si trattava di uno scarabeo dorato che era finito contro il vetro. Ciò che lo colpì non fu tanto la stranezza che uno scarabeo, abituato ai climi decisamente caldi, potesse vivere in Svizzera tedesca, quanto la estrema sincronicità degli eventi: troppo strano e troppo improbabile.

Jung continuò i suoi studi arrivando a identificare le coincidenze sincroniche fino ad essere uno dei più grandi studiosi europei de I Ching, l’antica arte di divinazione cinese che si fonda sul gettare in aria tre monete ed osservare la sequenza con la quale mostrano in alternativa testa o croce, ovvero quanto di più casuale, diremmo noi, possa esistere al mondo.

Dunque ci sono fior di esperti e studiosi che affermano che il caso non esiste, che nulla accade casualmente. Questo punto di vista trova la sua espressione in oriente con l’antica legge del karma, ovvero la legge di causa effetto: ogni effetto ha una sua causa precisa.
Il karma di incarnazione, cioè la nostra missione di vita, rappresenta, per questa dimensione, la causa primaria che genera tutti gli ulteriori effetti. In occidente la terza legge della dinamica di Newton esprime, più o meno, lo stesso meccanismo: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Se, quindi, la casualità non esiste, ogni cosa che accade è esattamente quella giusta, quella che deve essere in quel momento o per imparare qualcosa oppure come effetto positivo di una linea di decisioni precedenti.

Come comporre organicamente i miei accadimenti con quelli altrui? Con il concetto della cocreazione, ovvero ognuno attira episodi e persone perché possano essere utili al proprio processo di crescita e le persone incontrate nel percorso avranno anch’esse i loro motivi per partecipare all’evento, anche se quasi certamente saranno differenti dai nostri.

Così chi ha un percorso da vittima attirerà carnefici che a loro volta necessitano di vittime, salvatori incontreranno sincronicamente persone che necessitano di essere salvate e che avranno la necessità, a loro volta, di attirare salvatori. In pratica ognuno segue un fil rouge nella sua vita, quella che Steve Jobs, nel celeberrimo discorso alla Stanford University, definiva “unire i puntini”, anche se sovente non lo vede o, peggio, pensa che non esista neppure, e gli altri ci fanno da spalla, mentre noi facciamo la stessa cosa con loro.

Per estensione potremmo affermare, come regola generale, che ogni cosa, nessuna esclusa, accade per insegnarci qualcosa, per aiutarci nel processo di crescita che il nostro spirito ha scelto di seguire e che è parte della nostra missione di vita in questa dimensione.

Rientrano in questo tema perfino i genitori che ci siamo ritrovati, fratelli e sorelle, i lavori o le situazioni tra le più disparate che ci sono capitate e che continuano ad accadere, dinamiche ed azioni ripetitive: anche queste possono essere lette come situazioni non casuali.

Pertanto se tutto ha un suo motivo di essere e segue una propria linea precisa e utile, come considerare i momenti di attrito tra le persone, cioè le tensioni, cattiverie, rancori, meschinità che riempiono la nostra esistenza?  Ovvero, come poter superare queste situazioni, come poterle gettare alle spalle, come poter vivere meglio? Abbiamo bisogno di lasciar andare il passato, di perdonare. Come?
Se ognuno segue un suo percorso non a caso, ma finalizzato all’evoluzione, ecco che sarebbe come se ciascuno inscenasse un copione affidatogli al momento dell’incarnazione, in pratica come se la vita fosse un gigantesco teatro per cui nessuno necessiterebbe di essere perdonato e di cosa, potremmo dire?

Sarebbe come se un attore, che venisse accoltellato sulla scena, al termine della rappresentazione provasse rancore per l’attore che lo ha ferito. In effetti il perdono avviene quando ci si rende conto che non c’è nulla da perdonare e che tutto segue una strada precisa e logica nella sua apparente illogicità. Nella pratica il perdono avviene quando focalizzo ciò che debbo imparare, invece che sulle difficoltà presenti o verso la persona che me le ha create.

Non ha alcun senso portare rancore verso un genitore o chi ci ha fatto del male, ma ringraziarli per averci creato le difficoltà di cui avevamo bisogno per crescere e, poi, lasciarli andare per la loro strada e voltare pagina, andare avanti. Semmai l’unico perdono è verso se stessi per aver pensato che qualcuno ci avesse fatto dei torti anche gravi, per aver abdicato al nostro potere regalandolo a chi ci sta attorno, per aver pensato di non essere amati o adeguati, oppure per aver interpretato, nostro malgrado, il ruolo di vittima.

Sarà solo riprendendo il nostro potere che potremo dare una sterzata alla nostra vita ed invece che piangere sul latte versato potremo guardare avanti ed evolvere, osservando, perfino con un malcelato distacco, le trame della commedia della vita, il gigantesco teatro nel quale ognuno recita. Potremo vederci, allora, come tanti attori e confrontarci non sulle dinamiche accadute, quanto sulla bontà della recitazione svolta. Così nessuno è spiritualmente colpevole – fermo restando i vincoli materiali del codice civile e penale – ma solo un partecipante della gigantesca messinscena, come giocatori al grande Monòpoli della vita.
Come diceva C.G.Jung: rendi consapevole l’inconscio, altrimenti lui guiderà la tua vita e tu lo chiamerai destino.

Bibliografia:
Dethlefsen – Il destino come scelta.
Dethlefsen – Malattia e destino.
Un corso in miracoli – Armenia.
Franco Bianchi – Essere felici ora!

di Franco Bianchi
Tratto da Karmanews

Leave a Reply

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.